Qualche riflessione su Chat Control 2.0

14 Luglio 2026

Cos'è, e perché è tecnicamente inaggirabile

Sotto l'etichetta giornalistica di "Chat Control" si nascondono due provvedimenti diversi, e la confusione tra i due, alimentata più o meno consapevolmente, è il primo alleato di chi vuole far passare la norma nel silenzio. Sgombriamo il campo: qui non si parla della deroga temporanea prorogata a luglio 2026, ma del suo fratello maggiore, quello permanente. Il CSAR (Child Sexual Abuse Regulation, Regolamento 2022/0155), noto ai critici come Chat Control 2.0.

È una proposta della Commissione europea, presentata l'11 maggio 2022 dall'allora commissaria agli Affari interni Ylva Johansson. L'obiettivo dichiarato è nobile e non in discussione: prevenire e contrastare gli abusi sessuali sui minori online. Il metodo, invece, è ciò che ne ha fatto una delle proposte più contestate nella storia dei diritti digitali europei.

Nella sua forma originaria, il CSAR prevede l'obbligo per le piattaforme digitali (messaggistica, e-mail, social) di rilevare e segnalare materiale pedopornografico attraverso i cosiddetti detection order: ordini con cui un'autorità può imporre a un servizio di scansionare le comunicazioni dei propri utenti. Non solo contenuti già noti e censiti, ma anche materiale mai visto prima e tentativi di adescamento (grooming). A questo si aggiungono la verifica dell'età obbligatoria per tutti gli utenti europei e, secondo la posizione del Consiglio, la possibilità che questi ordini colpiscano anche i servizi cifrati end-to-end. Proprio per questo il Parlamento europeo l'aveva già bocciata a novembre 2023, definendola apertamente "sorveglianza di massa".

Tutto ruota attorno alla crittografia end-to-end, il sistema che rende un messaggio leggibile soltanto sul dispositivo di chi lo invia e di chi lo riceve: nemmeno il gestore del servizio può accedervi. Per analizzare un contenuto così protetto esiste un solo punto d'intervento possibile, il dispositivo dell'utente, prima che il messaggio venga cifrato. È il client-side scanning: un frammento di codice inserito nell'app che legge tutto ciò che scriviamo un istante prima della crittografia. La promessa politica secondo cui "la crittografia non verrà toccata" è quindi un gioco di parole, perché non serve romperla se leggi il messaggio quando è ancora in chiaro. Tecnicamente equivale a un'intercettazione generalizzata e permanente su ogni dispositivo.

Non è un problema aggirabile con qualche accorgimento, ma una proprietà strutturale: non esiste un client-side scanning che apra una porta "solo per i buoni". Una volta creata, quella porta è aperta per tutti, autorità di oggi, governi di domani con altre intenzioni, e il primo attaccante capace di abusarne. Per questo Meredith Whittaker, presidente di Signal, ha dichiarato già nel 2024 che l'app lascerebbe il mercato europeo piuttosto che introdurre un meccanismo simile: non è una minaccia negoziale ma una precondizione ingegneristica. E la porta, nel testo, resta socchiusa anche quando sembra chiusa: l'articolo 85(1a) della bozza incarica la Commissione di valutare periodicamente le tecnologie di rilevazione per i servizi cifrati, riservandosi di fatto il diritto di reintrodurre la scansione in futuro.

Per trovarne uno, deve controllarli tutti

Qui sta il salto che rende la norma grave, prima ancora di ogni dettaglio tecnico. Per intercettare il materiale pedopornografico che circola tra una minoranza di criminali, il sistema deve analizzare le comunicazioni di chiunque. Non esiste un modo per "guardare solo i colpevoli": un algoritmo che cerca contenuti illeciti deve prima leggere, classificare e categorizzare ogni foto, ogni messaggio e ogni file di ogni utente, per poi decidere se sia sospetto. La logica della presunzione di innocenza si rovescia. Ciascuno diventa un potenziale sospettato la cui corrispondenza va passata al setaccio in via preventiva, senza indizio né mandato. È la differenza tra la perquisizione mirata che un giudice autorizza su un indagato e una perquisizione permanente e simultanea nelle tasche di 450 milioni di persone.

E poiché quel setaccio deve operare su miliardi di contenuti al giorno, l'unico strumento possibile è l'intelligenza artificiale: ogni comunicazione privata, per essere dichiarata lecita, deve prima passare attraverso una macchina che la etichetta. Il dato personale non viene solo intercettato, viene profilato. Foto, parole, relazioni, abitudini: tutto diventa materiale da classificare per un modello, perché è l'unico modo in cui la scansione universale può reggere sul piano pratico.

Il danno vero: essere etichettati da un algoritmo

I falsi positivi sono la critica più citata, e restano un problema reale: oltre 500 tra crittografi e ricercatori di sicurezza di 34 paesi hanno stimato che, con un tasso di errore dello 0,1% sui soli volumi di WhatsApp, si supererebbe il milione di segnalazioni sbagliate al giorno. I sostenitori obiettano che i modelli migliorano e che l'errore si riduce, ed è vero. Ma il punto non è quanto l'algoritmo sbaglia, è cosa fa quando funziona.

Per decidere se un contenuto è lecito, il sistema deve prima assegnargli un'etichetta. Ogni foto, ogni messaggio, ogni conversazione viene analizzata, classificata e di fatto giudicata da un modello: sospetta o no, a rischio o no, da segnalare o no. Significa che a ciascun cittadino viene applicato in modo continuo un profilo generato da una macchina, costruito sui suoi contenuti più intimi. Non siamo più di fronte a un controllo che cerca un colpevole, ma a una catalogazione permanente di tutti, in cui ognuno è ridotto a una serie di etichette decise da un algoritmo che non gli renderà mai conto.

Ed è qui che i problemi diventano enormi. Un'etichetta sbagliata, una volta prodotta, è quasi impossibile da contestare: l'utente spesso non sa nemmeno di essere stato segnalato, non conosce i criteri con cui il modello ha deciso (sono algoritmi proprietari, scatole nere senza audit indipendenti) e non ha un modo reale per difendersi da un sospetto che nasce da una macchina. Gli errori di classificazione, poi, non colpiscono tutti allo stesso modo: i modelli riflettono i bias dei dati su cui sono addestrati, e finiscono per penalizzare più spesso certe lingue, comunità o contesti culturali. Una foto di famiglia, un referto medico, uno scambio intimo tra partner possono trasformarsi in una segnalazione alle autorità, con conseguenze su vita e reputazione che nessuna smentita successiva cancella davvero. La logica della presunzione di innocenza si rovescia: non è più lo Stato a dover provare la colpa, è il cittadino a dover risultare "pulito" ogni volta che invia un messaggio.

A stringere ulteriormente il cerchio c'è una tendenza parallela che marcia nella stessa direzione: la fine dell'anonimato come impostazione predefinita della rete. Un numero crescente di siti richiede ormai di dimostrare la propria identità o la propria età per concedere l'accesso. In Italia, dal 12 novembre 2025 (e dal 1° febbraio 2026 anche per i portali con sede in altri Paesi UE), la delibera AGCOM 96/25/CONS obbliga i siti pornografici a verificare la maggiore età degli utenti, con multe fino a 250 mila euro e possibile oscuramento; e lo stesso CSAR prevede la verifica dell'età obbligatoria per tutti gli utenti europei. Il modello italiano, va riconosciuto, è costruito sul principio del "doppio anonimato" e non chiede né documenti né SPID: il sito non conosce l'identità dell'utente e il verificatore non sa quale sito stia visitando. Ma il punto strutturale resta: si stanno posando i binari di una rete in cui, per accedere a un contenuto, bisogna prima passare da un controllo che certifica chi sei o quanti anni hai. E una volta costruita quell'infrastruttura (le app di age verification, il portafoglio di identità digitale europeo atteso per fine 2026), trasformare il "dimostra la tua età in modo anonimo" in un "dimostra la tua identità" diventa una decisione politica, non un limite tecnico. Accostata alla scansione dei contenuti, questa de-anonimizzazione completa il quadro: una rete in cui ogni utente è, allo stesso tempo, identificato e passato al setaccio.

A tutto questo si somma il function creep: una volta costruita l'infrastruttura capace di etichettare le persone in base al contenuto delle loro comunicazioni, per quanto odioso e condiviso sia l'obiettivo di partenza, nulla impedisce domani di allargarla ad altre categorie, dal terrorismo al copyright fino al dissenso politico. Il precedente giuridico è il vero cavallo di Troia, e lo hanno segnalato il Garante europeo della protezione dei dati (parere congiunto EDPB–EDPS 4/2022), decine di ONG, giuristi ed esperti di cybersicurezza.

Tra le voci più nette del settore c'è quella di Pavel Durov, fondatore di Telegram, che ha annunciato che l'app non scansionerà i messaggi privati e ha bollato la norma come un espediente da "repubblica delle banane". Già nel messaggio pubblicato per il suo compleanno, nell'ottobre 2025, Durov aveva lanciato quella che ha definito una chiamata alle armi digitali, avvertendo che i governi stanno trasformando internet da promessa di scambio libero a strumento di controllo, attraverso misure distopiche come la sorveglianza di massa dei messaggi privati, le identità digitali e i controlli sull'età online. È lo stesso registro con cui Signal e WhatsApp hanno minacciato di lasciare il mercato europeo: non ostilità di principio verso la lotta agli abusi, ma la convinzione che questo specifico strumento sia incompatibile con la riservatezza delle comunicazioni.

La manovra: la "volontarietà" che non è volontaria

Ed è qui che il metodo diventa più insidioso del merito. Di fronte al muro del Parlamento e alle critiche di mezza società civile, la proposta non è stata abbandonata ma riscritta per sembrare meno aggressiva. Sotto la presidenza danese del Consiglio, a fine 2025, l'obbligo di scansione è stato tolto dal testo. Il 26 novembre 2025 il Consiglio ha approvato la propria posizione, con soli quattro paesi contrari: Repubblica Ceca, Italia, Paesi Bassi e Polonia.

Sulla carta la rilevazione diventa volontaria, ogni provider può scegliere se applicarla. Nella sostanza, il testo mantiene misure obbligatorie di risk assessment; se un servizio viene classificato "ad alto rischio", le autorità possono imporgli misure correttive; e sul piano economico e reputazionale, la scelta più prudente diventa attivare comunque la scansione. Il Consiglio, pur avendo rimosso l'obbligo formale, ha costruito un sistema di incentivi che spinge tutti nella stessa direzione. È una volontarietà solo di facciata: nessuno ti obbliga, ma il costo di dire di no è progettato per essere insostenibile.

Che non sia una lettura malevola dei critici lo conferma una fonte insospettabile, interna alle istituzioni. Nel 2026 il Servizio giuridico del Consiglio ha messo agli atti che la scansione "volontaria" costituisce comunque una scansione generalizzata delle comunicazioni ed è incompatibile con l'articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE in assenza di un ragionevole sospetto e di una previa autorizzazione giudiziaria. In altre parole, gli stessi giuristi del Consiglio scrivono che la versione "ammorbidita" resta, sul piano dei diritti, illegittima quanto quella originale.

Non è un caso isolato di forzatura. La stessa commissaria Johansson era già finita al centro delle critiche per il modo in cui la proposta era stata redatta e promossa: una campagna pubblicitaria di microtargeting per orientare l'opinione pubblica a favore della norma, che secondo l'associazione European Digital Rights (EDRi) violava proprio quelle regole su privacy e protezione dei dati che il regolamento diceva di voler tutelare. Un metodo che, da solo, dice molto sul rapporto tra i promotori del testo e i principi che sostengono di difendere.

Settembre, e la risposta che non passa da Bruxelles

Il CSAR non è ancora legge. La sua approvazione passa dai triloghi, i negoziati a tre tra Parlamento, Consiglio e Commissione. Ne sono già falliti cinque di fila, l'ultimo il 29 giugno 2026 sotto presidenza cipriota, perché il nodo resta sempre lo stesso: l'ampiezza dei poteri di rilevamento e la sorte della crittografia. Il Parlamento continua a sostenere che la scansione debba limitarsi a singoli individui o gruppi ragionevolmente sospettati, e solo dietro ordine di un giudice; il Consiglio e la Commissione spingono per qualcosa di più esteso. Il prossimo trilogo è fissato per fine settembre, sotto presidenza irlandese, e le votazioni riprenderanno da lì: è l'ultimo trimestre del 2026, non il clamore mediatico dell'estate, la vera finestra decisionale.

Va riconosciuto, per onestà, che i sostenitori portano un argomento non trascurabile: secondo la Commissione, in alcuni Paesi UE fino all'80% delle indagini sugli abusi online nasce da segnalazioni dei provider. Ma quel risultato si può ottenere anche per strade mirate (sorveglianza sui sospetti individuati con autorizzazione giudiziaria, cooperazione rafforzata tra Europol e autorità nazionali, tecnologie che analizzano senza decifrare) senza smontare la privacy di 450 milioni di persone. Il punto è che la scelta politica, a Bruxelles, può andare in entrambe le direzioni, e nessuno oggi può dare per scontato l'esito.

Ed è proprio qui che sta il nodo più importante per chi legge: aspettare passivamente il voto non è l'unica opzione. Buona parte della nostra vulnerabilità nasce da una scelta che abbiamo fatto noi, non Bruxelles: aver concentrato l'intera vita privata su una manciata di piattaforme centralizzate, quasi tutte in mano a pochi grandi gruppi. WhatsApp, Instagram e Messenger appartengono alla stessa azienda; quando la corrispondenza di centinaia di milioni di persone passa da un solo punto, quel punto diventa esattamente ciò che una legge sulla sorveglianza può obbligare, o convincere, a scansionare. Un'infrastruttura accentrata è per definizione un interruttore unico: basta premere lì.

La risposta concreta, quella che non dipende da come voterà il Consiglio, è cominciare a ridurre questa dipendenza. Significa spostarsi su strumenti che non appartengono a un singolo colosso: applicazioni con crittografia end-to-end reale e attiva di default, con codice open source che chiunque può ispezionare (così nessuno può inserire di nascosto un meccanismo di scansione lato client), e possibilmente costruite su reti decentralizzate o federate, dove non esiste un'unica azienda a cui imporre un ordine di rilevamento. Signal, il protocollo Matrix con i suoi client, o soluzioni auto-ospitabili vanno in questa direzione; le app dei grandi social, per architettura e modello di business, no. Nessuno di questi strumenti è una bacchetta magica, e non sostituisce la battaglia politica: ma la sovranità digitale, prima ancora che una richiesta ai legislatori, è un'abitudine quotidiana. Più le comunicazioni delle persone sono distribuite, aperte e verificabili, più diventa difficile trasformarle, con un solo voto o un solo ordine, in un archivio da setacciare.

Perché alla fine la domanda che Chat Control 2.0 pone non riguarda solo cosa deciderà l'Europa a settembre, ma quanto siamo disposti a dipendere da piattaforme che, il giorno in cui una legge lo chiederà, potrebbero leggere tutto per noi. La privacy, in questo scenario, non è più soltanto un diritto da difendere in aula: è una scelta tecnica da fare ogni volta che apriamo un'app.